|
UN MONDO DI FIABE PER TE |
Bene Michela, ora che sei comoda e tutta accoccolata lì vicino al tuo orso, che fiaba cerchiamo questa sera nel nostro libro degli incanti e delle magie?
- Mah? (Allarga le mani e sbatte fragorosamente la bocca pronunciando il suo “mah” con un velo di gioiosa speranza.)
Pinocchio?... Cappuccetto rosso?... Pollicino?... O vuoi che il tuo papi te ne racconti una di quelle super-super per una ragazzina-sbarazzina-che-non-ha-voglia-di-dormire-come-te?
- Ci, papi, quella. (Sorridendo e sistemandosi meglio nel lettino.)
C’era una volta un re... Ehm? Non guardarmi male: ho capito. E’ meglio che questa volta cambiamo stile. Tutte le fiabe cominciano così. Che dici?
- Ci, papi. Cambiamo. (Con un sorriso di migliorato interesse.)
Vediamo... Pensiamo un po’... Ah! Ecco, ho trovato. Ascoltami bene pulcino mio.
Nell’antica e misteriosa terra di Persia, lassù tra le pendici dei monti inaccessibili del nord, in un minuscolo tranquillo paese costruito fra le rocce, viveva un ragazzino. Un ragazzino solo di qualche anno più grande di te. Il suo nome, tradotto in italiano, era Casimiro. Si, proprio Casimiro. Forse è un po’ strano e ridicolo come nome, ma era questo.
Casimiro era tremendamente affascinato dagli oscuri racconti narrati dagli anziani del villaggio. Racconti di magia. Racconti di misteri! Oh, anche racconti di stregoneria qualche volta. Ma lui era attratto soprattutto dal fascino degli incantesimi.
Un giorno, come era sua abitudine fare una volta al mese, partito al mattino con un pesante zaino sulle spalle, s’incamminò verso il monte della Luna. Il monte era chiamato della Luna perché sembrava che la Luna nascesse sopra quel monte. Così, di buon passo, partì. Non aveva una meta precisa. Semplicemente voleva esplorare un nuovo canalone che aveva intravisto il mese precedente quando era ancora pieno di neve. Ora la stagione stava migliorando, l’estate era vicina, e amche le nevi più alte si stavano ritirando.
E cammina e cammina. E sale, e sale, sale verso l’alto. Attraversa rigagnoli e ruscelli. Lascia alle spalle i boschi di abeti. Abbandona le zone con l’ultima sterpaglia. Le ultime piante diventano un ricordo alla vista. E lui sale ancora e ancora oltre lo spartiacque. Aggira la dorsale del monte, supera gli spuntoni. S’arrampica sulle rupi. Evita lo strapiombo. E infine... Infine giunge al canalone desiderato. Ormai non vi è più segno di vegetazione. Tutto tace ed è tranquillo. Sembra che neppure il vento voglia entrare in questa landa fuori dal tempo. Le ultime piccole chiazze di neve s’accendono alla vista solo lassù molto più in alto. Terra, sassi e roccie rallegrano la vista in una gioia che neppure lui sa contenere.
Casimiro non ha paura di nulla. Serpi, lupi, leoni di montagna non lo preoccupano. E poi non ha nulla da temere perché gli animali non salgono cos’ in alto dove neppure l’erba cresce.
Il Sole è al tramonto. Trova un anfratto fra le rocce e si appresta a passarvi la notte. Accende un fuoco con le sterpaglie che si è portato appresso e sogna. Sogna di scoprire i misteri del mondo. Sogna di trovare la felicità per sé e la sua gente. Sogna di trovare una principessa… come te. Bé, è giovane, ma ha le idee molto chiare in fatto di principesse.
E sogna. Sogna di possedere una lampada magica. Lui solo sa che è magica. Lui solo sa come usarla. Non sa come ha fatto a trovarla ed a scoprire le parole magiche, ma è in grado di usarla. E sogna di volare sopra i monti. E sogna di scivolare sulle onde del mare. E sogna di giocare a rimpiattino con le nuvole. E sogna...
Prende la sua lampada misteriosa fra le mani, la sorregge con grande eccitazione e, sforzandosi con voce tenebrosa e di mistero, dice: “Da una landa senza confini che non apparirà mai, mai, io ti ordino, spirito, appari!”
E il genio della lampada appare subito in tutta la sua incorporea evanescenza azzurra: “Dimmi, padrone, sei tu che mi hai chiamato?”
Era la prima volta che Casimiro chiamava il genio: non sapeva come, né perché, ma c’era riuscito. Ed era naturalmente la prima volta che il genio gli appariva. E’ vero che tutto ciò avveniva in sogno, ma la sorpresa superò la meraviglia al punto che per poco non lasciò cadere la lampada. E disse, ancora stupito, ma pronto: “Si, sono io che ti ho chiamato”.
E senza neppure un attimo di pausa il genio aggiunse, con un tono di rassegnata disponibilità: “Forza padrone, dimmi! Cosa vuoi questa volta?”
“Vorrei, vorrei...” - Iniziò a dire Casimiro.
E il genio di rincalzo: “Coraggio padrone. Vuoi dell’oro? una pentola d’oro? Vuoi che ti costruisca quassù una casa impenetrabile piena di leccornie? O vuoi che ti trasporti alle infinite scogliere del mare dell’estasi sulle più belle isole del mondo?”
A dire il vero, questo genio, malgrado i poteri che avrebbe dovuto avere, non sembrava poi particolarmente vispo. Non è che non capisse molto: dal suo fare sembrava proprio tonto. Magari era solo un poco sordo. Ma i suoi poteri dovevano proprio essere dei grandi poteri. Poteva far apparire all’istante qualsiasi cosa uno desiderasse. O poteva trasportare chiunque in qualunque parte del mondo, semplicemente con un “puff”.
E devi anche sapere, cara Michela, che quel genio non usava neppure la bacchetta magica! Ora sappiamo che i geni delle lampade si sono modernizzati e non usano più le bacchette magiche che sono fuori moda, ma allora era una grossa novità.
Casimiro cominciava ad irritarsi, le cose erano avvenuto troppo all’improvviso e non sapeva coordinare i pensieri su cosa chiedere per prima cosa.
E il genio implacabile insisté: “Forza padrone, dimmi! Cosa vuoi questa volta? Alla “boccia-TV” stanno trasmettendo la mia partita preferita, valida per le finali della coppa dei genioni, non vorrei perderla.”
Al che Casimiro prese coraggio e disse: “Ma insomma, genio, io ti ho chiamato per la prima volta, e pensavo che tu fossi a mia disposizione.”
“Certo, padrone, sono a tua completa disposizione.”
Sembrava fatta, sembrava che l’ordine fosse ristabilito, ma il genio proseguì: “Però non capisco perché dovrei perdere la partita. Dimmi semplicemente la cosa che vuoi, tutto quello che vuoi, io in un lampo te la dò e me ne torno nella mia landa senza confini per altri duemila anni e mi godo la partita.”
Era un po’ indisponente come genio. Ma bisognava anche accontentarsi: non ve ne erano altri in giro.
“Cosa è la storia dei duemila anni?” - Chiese Casimiro?
E il genio: “Come devo interpretare questa domanda, padrone? E’ questa domanda il tuo desiderio che io debbo esaudire?”
A Casimiro vennero dei dubbi. Cosa stava dicendo il genio a proposito del fatto cha la sua domanda poteva essere il desiderio da esaudire? E poi, se avesse esaudito questo desiderio, il genio se ne sarebbe andato via per duemila anni? Ehm, troppo rischioso, meglio prendere tempo e valutare con più attenzione.
Pensò di agire d’astuzia.
“Senti genio.” - Cominciò a dire - “Ti posso chiedere una cosa senza che questo sia il mio desiderio?”
“Certo padrone, ma...”
“Si, si, d’accordo, mi sbrigo.” - Ormai Casimiro aveva capito che il genio aveva fretta. - “Volevo solo sapere quanti desideri io posso esprimere e quante volte io posso chiamarti.”
“Mi puoi chiamare tutte le volte che vuoi e chiedere tutti i desideri che vuoi.”
C’era qualcosa in questa risposta che comunque non convinceva Casimiro. Questo genio nella sua stupidità sembrava anche pignolo e preciso.
“Ho capito, genio, ma quanto tempo deve passare da una chiamata all’altra?”
Ora la voce cominciava a spazientirsi, forse per la partita imminente: “Tu sei il mio padrone, ma io vorrei non ripetere le risposte, altrimenti dovrò considerarle come un tuo desiderio!”
Hai, hai, le cose si stavano mettendo male.
“Ti ho appena detto...” - proseguì il genio - “che dopo aver esaudito il tuo desiderio me ne vado a vedere la coppa dei genioni per i prossimi duemila anni. Allora potrai chiamarmi di nuovo. Questo è il mio contratto come genio di categoria quattro-bis. Ma proprio non ricordi quella volta che mi hai chiesto una gigantesca piramide di pietra ricca di tesori da istallarti in quell’immenso terreno sabbioso? Hai la memoria corta? C’è altro che posso fare per te? Se vuoi puoi anche rinunciare al tuo desiderio.”
“No, no, genio, non rinuncio.”
E Casimiro si costrinse a pensare velocemente. Non era facile pensare con un genio che continuava a parlare. Cosa poteva chiedere in quest’unica ed irripetibile occasione?. Tanto oro da vivere per sempre ricco? Poi pensò che forse è più importante la salute che la ricchezza e ancora che è più importante la sua futura sposa. Ma Casimiro era troppo giovane per chiedere, ora, una moglie. Avrebbe potuto chiedere una vita felice per sé e la sua gente. Poteva pensare alla pace nel mondo.
Alla fine gli venne un’idea e chiese, sempre come domanda e non come desiderio: “Ma tu, come genio di categoria quattro-bis, puoi eseguire proprio tutto, tutto quello che ti chiedo, senza condizioni, sia pure ogni duemila anni?”
“Si, padrone, è così. Ogni duemila anni mi puoi chiedere, in un solo desiderio, tutto ciò che vuoi.”
“Vorrei sapere, come ultima domanda, poi ti esprimo il desiderio, quale è la categoria più alta dei geni che non sono soggetti a limiti di tempo e possono continuamente eseguire desideri.”
“La categoria uno-super, è la più alta in grado. I geni di quella categoria possono eseguire tre desideri al giorno per il loro padrone. Loro non vivono nelle lampade. Vivono dove vogliono ed a loro è permesso tutto: anche di portarsi la “boccia-TV”. Ma non ci sono geni di categoria uno-super su questo mondo.”
E Casimiro cominciò a pensare, a pensare. Ormai aveva in mente il suo desiderio, ma temeva di sbagliare. E solo dopo altre insistenze del genio, si decise a dire: “Caro genio, mi hai promesso che posso chiederti qualsiasi cosa e tu la eseguirai senza battere ciglio, è così?”
“E’ così padrone.”
“Qualsiasi cosa di qualsiasi genere?”
“Si.”
E allora Casimiro con un respiro profondo, e nuovamente con la voce più cavernosa che potesse riuscire a produrre malgrado la sua giovane età, disse: “Io chiedo, voglio ed esigo, che tu, genio della lampada a mia disposizione, che tu, proprio tu, diventi un genio di categoria uno-super e rimanga a mia disposizione.”
Casimiro trattenne il respiro, ma non successe nulla. Il genio era sempre lì e non era tornato nella lampada. Sembrava solo che non avesse più fretta. Forse non poteva eseguire il desiderio richiesto. O forse doveva chiedere istruzioni al consiglio dei genioni.
Attese. Ma solo dopo qualche lungo minuto Casimiro prese coraggio e chiese: “Allora?”
E il genio rispose: “Allora cosa? Vuoi forse esprimere il primo dei tuoi tre desideri del giorno?”
Al che Casimiro capì che era riuscito a tramutarlo in un genio permanente.
Era felice.
Improvvisamente si ricordò che il genio voleva vedere la coppa dei genioni. Casimiro si sentì improvvisamente in colpa per essere stato un poco egoista e di aver pensato solo a se stesso.
Domandò: “E per la tua finale di coppa?”
“Non preoccuparti” - disse il genio - “come genio di categoria uno-super ho il diritto a vivere qui con te portando tutto ciò che voglio. In questo momento sto guardando la mia invisibile “boccia-TV””
Casimiro si rese conto che ora poteva esprimere desideri senza preoccuparsi più di nulla.
Nel tirare un sospiro di soddisfazione e di sollievo, si svegliò dal suo sogno meraviglioso.
Ecco, cucciolotto, ora puoi dormire anche tu e sognare il tuo genio della lampada.
Ah... voglio confidarti un segreto da grandi: “Anch’io ho spesso bisogno del genio della lampada, e lo cerco, lo cerco, e lo cerco durante il giorno, e sai dove lo trovo? La sera, la notte, ora, qui, in questa casa. E’ un genio meraviglioso che può tutto e sento che ora ti sta augurando la buona notte: la tua mamma.”
rosario bizioli
– bs/pc 26/5/96 – rev. 12/7/98
tratto da:
“Un mondo di fiabe per Te”
a ricordo dell’ultima serata di speranza: una
serata da fiaba