il pugnale
Vi era,
nel cuor della vita, una bimba innocente, passata improvvisa qual vento
d’estate: in un lampo. Ma ecco, in baleno inatteso, un pugnale che appare e nel
fulgido sole risplende. E’ un attimo. La vera infinita speranza, il sogno
immortale, è infranto!
S’affonda
la daga nelle tenere carni.
E’ un
pugnale di morte? No, non è come appare: è un pugnale di vita! E’ morte per chi
esso lo impugna, per chi brande i fendenti: giù, qua, lassù. Per chi non pensa
colpire alcunché sapendo che la mano, non propria, è guidata. Per chi in giro
l’istinto la mena pel vento con forza ancestrale che preme e tormenta.
Brandisce,
colpisce, ferisce. Soccombono le vittime. Sol una rialza e s’accorge che sangue
non versa pel morte nel cuore improvvisa. Sol una s’accorge che il ferro ha
innescato un circuito vecchio, affossato da qualche recondito spazio.
Or lui,
quindi, pel strano assassinio subito, s’accorge del bene che vuole. S’accorge
l’amore che ha avuto. S’accorge che questa è la vita che scorre, che compie gli
eventi, che mena nel mondo il suo stile.
S’accorge
che morte per lui non fu vera. S’accorge che rischio è al carnefice assai.
E la vittima soffre per questa scoperta. Vorrebbe aiutarlo: non può; non sa;
d’altronde pur sempre la vittima è lui.
Quale
pietosa rassegna di umana ambizione, vagante, che amore vuole essere inteso con
impervia assoluta menzogna... Ma no, non è menzogna. E’ amore, gentile, che
sente la vittima. E’ amore, profondo, che soverchia il carnefice.
Io credo
e ci vedo in ste’ ruolo confuso di amore, assassinio ed amanti. Per questo
mi beo e sono pronto, di nuovo, alla vita, all’amore. Sono pronto ad amare
ad oltranza. Sono pronto a rischiare di esser, pur io, chi maneggia con stolta
innocenza un’arma di tanto valore. Un’arma che implacabile penetra tra viscere
in nuovo splendore: azzannando, calpestando, tramortendo, e... amando.
Chi o
quanti sapranno cosa e perché ciò avviene? Oh uomo, oh donna, che andare ti
lasci alle umane pressioni, sappi dosare ciò che tu puoi!
Da questa
scoperta, alfine, mi ritrovo e guardo: ora posso. Guardo da un’alta finestra
e vedo. Da qui, io vedo. Dall’altra, solo sentivo. E c’era ovviamente anche
quella da dove subivo.
Caro amico mio, cara amica in fiore, orsù tendi e
penetra quanto il dolore/amore insegna. Vedi cosa di alto e di più non v’è,
e scegli, e vai, e livi proietta il tuo ardore.
Coraggio,
suvvia, riama la vita! Io sono qui, ancora, per te.
rosario
bizioli - Brescia, 29/7/96
“La magia dei sogni”